James Gunn costruisce un secondo capitolo che azzarda più del primo: sposta il focus dall'avventura pura alle relazioni tra personaggi che sono diventati, loro malgrado, una famiglia disfunzionale. La ricerca delle origini di Star-Lord diventa il pretesto per esplorare il tema della paternità – biologica e scelta – con una sincerità emotiva rara nel cinema di supereroi.
La fotografia di Henry Braham esplode in palette cromatiche audaci, dal rosa shocking ai viola cosmici, mentre la colonna sonora anni Settanta continua a funzionare come collante narrativo ed emotivo. Dave Bautista e Michael Rooker trovano spazio per sfumature inattese, dimostrando che il muscolo del film non sta negli effetti speciali ma nella chimica tra interpreti che credono nei loro personaggi.
La candidatura all'Oscar per la miglior scenografia riconosce l'ambizione visiva di un universo fantascientifico che riesce a essere kitsch e credibile insieme. Un blockbuster che non ha paura di rallentare per far respirare i momenti di vulnerabilità tra un'esplosione e l'altra.