Nel 1976 Sidney Lumet firma una satira feroce e profetica sul potere della televisione, capace di anticipare derive poi diventate realtà: lo spettacolo che fagocita l'informazione, gli ascolti che dettano l'etica, la rabbia trasformata in intrattenimento. Al centro c'è Howard Beale, conduttore televisivo licenziato che diventa un profeta involontario quando annuncia in diretta il proprio suicidio, scatenando un fenomeno di audience senza precedenti.
Il film ha vinto quattro Oscar, tra cui quello postumo a Peter Finch per la sua interpretazione incendiaria di Beale — la sua invettiva "Sono incazzato nero e non ne posso più!" è diventata iconica — e quello a Faye Dunaway nei panni della produttrice cinica e ambiziosa pronta a tutto pur di scalare le vette dell'auditel. La sceneggiatura di Paddy Chayefsky, anch'essa premiata, è una raffica di dialoghi taglienti che smontano pezzo per pezzo i meccanismi dell'industria televisiva.
Lumet dirige con precisione chirurgica, senza cedere mai al didascalismo: la macchina da presa osserva lucida mentre i personaggi si consumano nell'ingranaggio che hanno contribuito a creare. Fotografia, montaggio e ritmo restituiscono l'urgenza nevrotica di una redazione televisiva in cui l'umanità è merce di scambio. Quello che sembrava un pamphlet esagerato negli anni Settanta suona oggi come un documentario camuffato da finzione.