Fitzcarraldo è il film in cui Werner Herzog ha trascinato davvero un battello a vapore di 320 tonnellate oltre una montagna nella giungla peruviana, senza effetti speciali, senza trucchi. Quello che vedi sullo schermo è accaduto, ed è questa ostinazione a rendere il progetto di Brian Sweeney Fitzgerald — portare l'opera lirica nel cuore dell'Amazzonia — qualcosa di più di una metafora: è un atto di fede nel cinema stesso.
Klaus Kinski dà corpo a un visionario che non si piega alla geografia né al buon senso, e il film respira al ritmo della sua follia lucida. La fotografia di Thomas Mauch cattura la giungla come un organismo vivo, indifferente ai sogni umani; le arie di Caruso che risuonano tra gli alberi non sono un vezzo estetico, ma il grido di chi crede che la bellezza possa esistere ovunque, se qualcuno ha il coraggio di portarcela.
Vincitore del premio per la miglior regia a Cannes, Fitzcarraldo è un film sul desiderio che sfida i limiti del possibile — e su un regista che ha fatto lo stesso per realizzarlo. Guardarlo significa assistere a una delle imprese più radicali mai compiute dietro una macchina da presa.