Fanny e Alexander segna il testamento artistico di Ingmar Bergman per il grande schermo, un'opera monumentale in cui il regista svedese abbandona le severi introspezioni metafisiche per abbracciare la memoria autobiografica e la magia del racconto. Attraverso gli occhi dei due fratellini Ekdahl seguiamo il passaggio dall'opulenza affettiva di una famiglia teatrale svedese all'oppressione carceraria della casa del vescovo Vergérus, un contrasto che Bergman orchestra con straordinaria maestria visiva: luci calde e soffuse contro geometrie claustrofobiche, volti che ridono contro primi piani di silenziosa sofferenza.
La fotografia di Sven Nykvist raggiunge qui vertici assoluti, plasmando ogni inquadratura come un dipinto fiammingo in movimento, mentre il cast — dai veterani ai bambini protagonisti — restituisce un affresco umano di rara intensità. Il film ha conquistato quattro premi Oscar, tra cui miglior film straniero, fotografia, scenografia e costumi, consacrando quest'opera come sintesi suprema del cinema bergmaniano.
È un viaggio iniziatico attraverso bellezza e crudeltà, realtà e fantasia, dove il teatro diventa metafora della vita e la vita stessa si rivela palcoscenico. Chi cerca un cinema che non tema la durata né la complessità emotiva troverà qui una delle esperienze più complete e memorabili della storia del medium.