Ultima opera di Ingmar Bergman per il cinema, Sarabanda chiude un cerchio iniziato trent'anni prima con Scene da un matrimonio, ritrovando gli stessi personaggi — Marianne e Johan — interpretati ancora da Liv Ullmann ed Erland Josephson. Il risultato è un film intimo e spietato, girato in digitale con una fotografia che scava nei volti come in un esame anatomico dell'anima. La camera si muove poco, gli ambienti sono essenziali: una casa d'estate, una casetta sul lago, interni spogli dove ogni parola pesa.
Bergman orchestra i rapporti umani come una partitura musicale — non a caso il titolo rimanda alla danza barocca, e il violoncello suonato dalla giovane Karin diventa metafora di controllo, bellezza e possesso. Le relazioni tra padre e figlio, tra nonno e nipote, tra ex coniugi che si ritrovano dopo decenni sono tratteggiate senza pietà né sentimentalismo: c'è tenerezza, ma anche manipolazione, dolore mai guarito, legami che strangolano.
Girato per la televisione svedese ma presentato a Cannes, Sarabanda è stato accolto come un testamento artistico: Bergman aveva ottantacinque anni e sapeva di non voler più dirigere. Quello che resta è un film che guarda alla vecchiaia, al lutto, alla difficoltà di perdonare e lasciar andare — temi che pochi hanno saputo affrontare con altrettanta lucidità e controllo formale. Un congedo che non concede consolazioni facili, ma che premia chi accetta di guardare senza distogliere lo sguardo.