Settantacinque anni prima che Hollywood scoprisse che si potevano fare sequel, Buster Keaton girava un film che rimane imbattuto per la portata delle sue acrobazie ferroviarie. Tutto è reale: treni veri che corrono su binari veri, con Keaton che salta da un vagone all'altro, si arrampica sui respingenti, spegne incendi mentre è in corsa. Una delle scene di distruzione più costose del cinema muto — un ponte ferroviario che crolla sotto il peso di una locomotiva — fu girata una sola volta, con il relitto che rimase sul fondo del fiume per vent'anni.
La costruzione matematica della commedia è chirurgica: ogni gag nasce da una logica ferrea, niente è gratuito. Keaton monta il film come una fuga in treno, dove ogni ostacolo genera la soluzione al successivo. La macchina da presa resta lontana, senza stacchi frenetici: vuole che lo spettatore veda tutto, che capisca che nessun trucco è intervenuto.
All'uscita fu un fallimento commerciale che quasi rovinò Keaton. Mezzo secolo dopo i critici hanno riscritto il verdetto: oggi è considerato uno dei vertici del cinema muto americano, un esempio cristallino di come il cinema sappia raccontare attraverso il movimento puro. La precisione di quei vagoni che sfrecciano, il ritmo inesorabile della fuga e dell'inseguimento, l'umorismo che nasce dal pericolo reale: è tutto ancora lì, intatto.