Murnau porta sullo schermo il mito di Faust con una maestria visiva che ridefinisce i confini del cinema muto. Ogni inquadratura è un quadro: dai cieli tempestosi attraversati da Mefistofele alle miniature che trasformano città intere in giocattoli nelle mani del demonio, la fotografia di Carl Hoffmann costruisce un universo dove il soprannaturale diventa tangibile. Le sovrapposizioni, i giochi di luce e ombra, le dissolvenze incrociate non sono effetti speciali ma strumenti narrativi che materializzano il conflitto tra bene e male.
Emil Jannings interpreta un Mefistofele teatrale e seducente, capace di passare dall'ironia alla crudeltà con una sola espressione. Gösta Ekman restituisce la parabola di Faust dall'anziano studioso al giovane innamorato con una credibilità fisica e emotiva che regge l'intera architettura del film. La sequenza della peste, con i suoi tableaux vivants di corpi e disperazione, resta una delle immagini più potenti del cinema espressionista tedesco.
È un film che la UFA produsse come manifesto della propria ambizione artistica, e ogni marco speso si vede. Murnau chiude così la sua stagione tedesca prima di partire per Hollywood, lasciando un'opera che sintetizza tutto ciò che il muto poteva esprimere: dramma, poesia, terrore e meraviglia senza bisogno di una parola.