Leone chiude la trilogia del dollaro e ridefinisce il western con un'opera che trasforma il genere in pura mitologia visiva. Ogni inquadratura è composta come un quadro: i primissimi piani che rivelano sudore e sguardi, le panoramiche sui paesaggi infiniti dello Utah, il ritmo dilatato che trasforma l'attesa in suspense fisica. La partitura di Ennio Morricone non accompagna le immagini ma le genera, dall'armonica ossessiva di Bronson al tema epico di Jill McBain.
La scelta di Henry Fonda come spietato killer ribalta decenni di western classico: i suoi occhi azzurri, simbolo dell'eroe americano, qui diventano glaciali e privi di pietà. Claudia Cardinale porta sullo schermo una delle poche figure femminili del western ad avere agency narrativa reale, mentre Bronson e Robards costruiscono personaggi che esistono più per ciò che non dicono che per i dialoghi.
Il film arriva quando il West storico è già tramontato e il cinema lo sa: quella che Leone mette in scena è la fine di un'epoca, l'arrivo della ferrovia che cancella il mito della frontiera. Monument Valley non è mai stata così bella e così consapevolmente funebre. Un'esperienza che richiede di arrendersi ai suoi tempi per scoprire che il western può essere opera d'arte totale.