George Miller torna nel deserto australiano quindici anni dopo Fury Road per raccontare come una bambina strappata alla sua terra sia diventata la guerriera che conosciamo. Il regista ottantenne dimostra ancora una volta il suo dominio assoluto dell'action viscerale, orchestrando inseguimenti e battaglie con una chiarezza coreografica che pochi action contemporanei possiedono.
Anya Taylor-Joy porta sullo schermo una ferocia contenuta ma palpabile, costruendo il personaggio attraverso lo sguardo più che le parole, mentre Chris Hemsworth si diverte in un villain carismatico e imprevedibile che sfugge a ogni cliché del genere. La fotografia di Simon Duggan trasforma il wasteland in una tavolozza cromatica che alterna terre rosse, cieli plumbei e esplosioni di colore, mentre il montaggio serrato mantiene la tensione per oltre due ore senza cedimenti.
È un film che usa il linguaggio dell'action puro per raccontare una storia di sopravvivenza e vendetta, dove ogni sequenza spettacolare serve la progressione del personaggio. Miller sa che il cinema d'azione funziona quando geografia e stakes sono cristallini, e qui ogni battaglia ha conseguenze precise che modellano Furiosa fino a renderla la figura che incontreremo in Fury Road.