Scorsese riduce il pugilato a rabbia pura filmata in bianco e nero, trasformando ogni incontro in una danza violenta e ipnotica. Le sequenze sul ring sono costruite con un montaggio chirurgico e una fotografia di Michael Chapman che isola Jake LaMotta in un inferno personale fatto di sudore, sangue e flashbulb dei fotografi. Robert De Niro, che per il ruolo prese venti chili e vinse l'Oscar, non interpreta solo un pugile: incarna un uomo divorato dalla gelosia e dall'autodistruzione, incapace di amare senza ferire.
Accanto a lui Joe Pesci, alla sua prima collaborazione con Scorsese, disegna un fratello-manager sempre in bilico tra fedeltà e sopravvivenza, mentre Cathy Moriarty al debutto regge lo sguardo a De Niro incarnando una presenza magnetica e sfuggente. La vera forza del film sta nel non giustificare mai il protagonista: Scorsese lo osserva con distanza spietata, senza pietismo né condanna morale.
Il bianco e nero non è nostalgia ma scelta precisa: isola il film dal realismo rassicurante del colore e lo porta verso la tragedia. Quello che resta è il ritratto di un campione che vince tutto e perde se stesso, un'opera che nel 1990 l'American Film Institute ha riconosciuto come il miglior film americano degli anni Ottanta.