Rocky non è solo la storia di un pugile sfigato che ottiene la sua occasione: è il ritratto di una Filadelfia operaia, sporca e vera, dove un ragazzo di strada scopre che rialzarsi conta più di vincere. Stallone, che ha scritto la sceneggiatura in tre giorni dopo aver visto il match Ali-Wepner, interpreta Balboa con una fragilità disarmante, lontana anni luce dallo stereotipo dell'eroe muscolare.
Avildsen dirige con uno stile documentaristico che rende credibile ogni angolo di quella vita ai margini: la palestra sgangherata, il mercato della carne dove Rocky si allena a pugni contro le carcasse appese, l'appartamento minuscolo. La fotografia sporca di James Crabe cattura un'America che il cinema raramente mostrava con questa onestà. Talia Shire compone un ritratto di timidezza e dignità che non ha niente di ornamentale, mentre Burgess Meredith regala a Mickey un cinismo venato di tenerezza impossibile da dimenticare.
Tre Oscar (miglior film, regia, montaggio) e un Golden Globe non sono arrivati per caso: Rocky ha ridefinito il cinema sportivo trasformandolo in dramma sociale, e quella scalinata del museo è diventata iconica perché incarna un'idea semplice e universale: ce la puoi fare anche se nessuno scommette su di te. Vale la pena vederlo per ricordarsi che i grandi film parlano sempre di qualcosa di più grande del loro soggetto.