Sydney Pollack trasforma una maratona di danza in un inferno claustrofobico che diventa metafora spietata della Grande Depressione e della crudeltà del sogno americano. La macchina da presa segue senza pietà i concorrenti stremati, intrappolati in un salone da ballo che si fa prigione, mentre la competizione degenera in spettacolo dell'umiliazione umana.
Jane Fonda regala una delle sue prove più dure e disperate: il suo personaggio è una donna già sconfitta dalla vita che cerca nella maratona un'ultima illusione di riscatto, mentre il cinismo corrode ogni speranza. Al suo fianco, Gig Young vince l'Oscar per il ruolo del presentatore: una figura diabolica che orchestra il dramma con sorrisi di plastica e frasi fatte, incarnazione perfetta dell'ipocrisia del sistema.
La fotografia di Philip Lathrop cattura il degrado progressivo dei corpi e degli spiriti con un realismo fisico che toglie il respiro. Il finale, tanto improvviso quanto inevitabile, lascia una sensazione di disagio profondo. Un film che non consola, ma che obbliga a guardare in faccia la disumanità della disperazione trasformata in intrattenimento.