Wim Wenders costruisce un road movie che è anche un ritratto spietato della solitudine americana. Harry Dean Stanton è straordinario nel ruolo di Travis, un uomo che riemerge dal deserto dopo quattro anni di silenzio, incapace di parlare, di ricordare, di riconnettersi. Il suo volto consunto racconta più di qualsiasi dialogo la perdita e la ricerca di redenzione.
La fotografia di Robby Müller trasforma il paesaggio americano in un deserto emotivo: insegne al neon, motel anonimi, strade infinite che non portano da nessuna parte. Ogni inquadratura respira, prende tempo, lascia che il vuoto parli. La colonna sonora di Ry Cooder, con quella slide guitar malinconica, diventa il battito cardiaco del film.
Il cuore del film è la scena finale: un confronto tra Travis e Jane (Nastassja Kinski) attraverso uno specchio unidirezionale in un peep show di Houston. È uno dei dialoghi più intensi e dolorosi del cinema degli anni Ottanta, un momento di verità nuda che non cerca riconciliazione facile ma semplicemente comprensione. Premiato con la Palma d'Oro a Cannes e un BAFTA, Paris, Texas resta un film che non dimentichi: lento, necessario, devastante.