Béla Tarr gira questo noir esistenziale quando ha appena trentadue anni, ma dimostra già una maturità stilistica impressionante. Ogni inquadratura è un quadro di desolazione post-industriale: pioggia incessante, fango, capannoni abbandonati, una provincia ungherese dove il tempo sembra essersi fermato. Il bianco e nero di Gábor Medvigy trasforma questa miseria in pura materia visiva, con piani sequenza ipnotici che seguono i personaggi attraverso spazi claustrofobici.
György Cserhalmi costruisce in Karrer un antieroe di rara intensità: un uomo divorato dall'ossessione amorosa e dall'autodistruzione, incapace di sfuggire alla propria condizione. La cantante del Titanik Bar diventa l'oggetto di un desiderio tanto assoluto quanto impossibile, e Tarr filma questa ossessione senza melodramma, con una freddezza che rende tutto più straziante.
Il ritmo è deliberatamente lento, quasi liturgico: Tarr ti costringe a immergerti in questo mondo di attese infinite e gesti ripetuti. Non è cinema di intrattenimento, ma un'esperienza ipnotica che anticipa i capolavori successivi del regista. Chi cerca storie lineari resterà spiazzato; chi accetta di entrare nel suo tempo dilatato scoprirà un cinema che trasforma la disperazione quotidiana in poesia visiva.