Cars parte da una premessa semplice — un'auto da corsa bloccata in un paesino dimenticato dal mondo — e la trasforma in qualcosa di più personale di quanto ci si aspetti da un film Pixar su veicoli parlanti. La Route 66 che fa da sfondo non è solo scenografia: è un'America che il progresso ha sorpassato letteralmente, e il film la guarda con una malinconia autentica, quasi da road movie degli anni Settanta.
Lasseter e Ranft curano ogni dettaglio visivo con una precisione notevole: la polvere rossa della pista di terra, i riflessi sul cofano di Lightning McQueen, le luci del tramonto sul deserto di Radiator Springs costruiscono un mondo credibile nonostante l'assurdità della premessa. La sequenza d'apertura alle gare NASCAR è girata — animata — con la tensione di un vero film sportivo.
Il cast vocale funziona perché sa quando stare sotto tono. Paul Newman presta a Doc Hudson una stanchezza dignitosa che dà peso a ogni scena in cui appare, e Owen Wilson calibra McQueen sul filo tra arroganza simpatica e crescita reale, senza forzare mai la svolta emotiva.
È un film che rallenta di proposito, e in quel rallentamento trova il suo punto di forza: la storia di chi impara a guardare quello che ha già intorno, prima di correre verso qualcosa che non sa ancora se vuole davvero.