Hitchcock costruisce qui la sua meditazione più vertiginosa sull'ossessione e l'identità, utilizzando San Francisco come labirinto emotivo dove le salite e le discese non sono solo architettoniche ma psicologiche. La fotografia di Robert Burks trasforma la città in un acquarello sfumato di verde e rosso, colori che perseguitano lo sguardo quanto i volti che Scottie insegue.
James Stewart abbandona la simpatia che lo ha reso celebre per interpretare un uomo divorato dal desiderio di ricreare ciò che ha perduto, mentre Kim Novak incarna con straordinaria ambiguità la doppiezza stessa del cinema: apparenza e verità che si sovrappongono fino a rendersi indistinguibili. La colonna sonora di Bernard Herrmann avvolge ogni scena in una spirale ipnotica che rispecchia la caduta del protagonista.
Inizialmemte accolto con tiepidezza, il film è oggi considerato da molti critici il capolavoro assoluto di Hitchcock: un thriller che diventa riflessione sul guardare e sull'essere guardati, sul cinema stesso come macchina del desiderio impossibile. Due nomination agli Oscar per la direzione artistica e il sonoro ne attestarono il rigore tecnico, ma la sua vera grandezza è emersa col tempo.