Olmi gira questo film con attori non professionisti e un budget minimo, eppure ogni inquadratura ha la precisione di chi sa esattamente cosa cerca. La macchina da presa segue Domenico con una discrezione quasi fisica: non lo giudica, non lo compiange, lo osserva. È un approccio che deve qualcosa al neorealismo ma che già se ne distacca, più interessato alle psicologie silenziose che alle dichiarazioni sociali.
Il cuore del film è nella grande azienda milanese, con i suoi corridoi, i suoi impiegati allineati, le sue gerarchie non scritte. Olmi la ritrae con un realismo documentaristico che nasconde una critica feroce: non urlata, mai didascalica, ma insinuata nel ritmo delle scene, nella ripetizione dei gesti, nel modo in cui uno spazio fisico può svelare un destino intero.
La storia d'amore — o quasi — con Antonietta è trattata con una delicatezza rara. Due ragazzi che si guardano appena, che non trovano le parole giuste, che si perdono senza dramma. È uno dei momenti più onesti che il cinema italiano abbia dedicato alla timidezza e all'occasione mancata.
Il finale non ha bisogno di spiegazioni: basta guardare Domenico seduto alla sua scrivania per capire tutto quello che il film ha detto. Una visione che rimane sotto pelle molto più a lungo di quanto ci si aspetti.