Stanley Kramer mette in scena uno dei processi più scomodi della storia: non i gerarchi di Norimberga, ma i magistrati che prestarono la loro autorità alle leggi razziali. Quattro giudici tedeschi accusati di aver trasformato il diritto in strumento di pulizia etnica, processati in un'aula dove nessuno – né la Germania che vuole voltare pagina, né gli Alleati che pensano già alla Guerra Fredda – ha voglia di ricordare.
Il film ha la forza di portare sullo schermo una domanda enorme: fino a che punto si è responsabili quando si obbedisce alla legge? Spencer Tracy è il giudice americano che deve decidere, Maximilian Schell (Oscar come miglior attore protagonista) è l'avvocato difensore che combatte per i suoi assistiti, Burt Lancaster è uno dei quattro imputati. Le testimonianze – quella di Montgomery Clift, quella di Judy Garland – restano impresse per la loro drammatica sincerità.
Vincitore di due Oscar (anche per la sceneggiatura di Abby Mann), il film dura quasi tre ore e ha il coraggio di non semplificare. Non cerca cattivi caricaturali, ma uomini che hanno fatto scelte. E lascia a chi guarda il peso di giudicare – senza dare risposte facili.