L'ultimo film di Kubrick è un'immersione ipnotica nell'ossessione e nel desiderio, costruita con la precisione glaciale che ha sempre caratterizzato il suo cinema. Cruise e Kidman, coppia nella vita al tempo delle riprese, portano sullo schermo una tensione palpabile: lei in una confessione notturna che scardina le certezze del marito, lui in una deriva erotica per le strade di New York che assume i contorni di un incubo lucido.
Kubrick scolpisce ogni inquadratura con luci al neon e interni opulenti, trasformando Manhattan in un labirinto di porte chiuse e sguardi ambigui. La colonna sonora di Jocelyn Pook e il pianoforte suonato bendati accompagnano una cerimonia mascherata che è tra le sequenze più inquietanti e discusse degli anni Novanta: rituale erotico o parabola sulla classe e il potere, resta impressa per la sua fredda ambiguità.
È un film che divide, respinge la facile leggibilità e richiede tempo: non offre risposte nette, ma interroga lo spettatore su quanto sia fragile il confine tra desiderio e autodistruzione, tra ciò che siamo e ciò che temiamo di essere.