Yôjirô Takita costruisce un film che trasforma un tema considerato tabù in una riflessione universale sulla dignità, il passaggio e ciò che resta quando qualcuno se ne va. La forza sta nel gesto: ogni rituale di preparazione del corpo diventa un momento di precisione quasi coreografica, filmato con rispetto e una grazia che disinnesca ogni imbarazzo. Masahiro Motoki regge il film con una recitazione trattenuta, capace di far convivere il disagio iniziale del protagonista con la scoperta di un mestiere che è insieme tecnica e compassione.
La fotografia indugia sui dettagli senza mai scivolare nel macabro: mani che piegano un kimono, gesti codificati che parlano più delle parole. La colonna sonora, con il violoncello come filo conduttore, intreccia la vita passata di Daigo musicista con quella presente di nôkanshi, creando un legame poetico tra due forme di cura.
L'Oscar come miglior film straniero nel 2009 ha riconosciuto a Departures la capacità di parlare di morte senza retorica, restituendo invece umanità, leggerezza inattesa e persino umorismo. Un film che invita a guardare ciò che normalmente si evita e a scoprirvi una forma di bellezza necessaria.