Shōhei Imamura affronta uno dei tabù più ancestrali – la morte degli anziani come rituale collettivo – senza estetismi né falsa commozione, ma con uno sguardo quasi antropologico che non rinuncia alla potenza emotiva. Ambientato in un villaggio di montagna dove la sopravvivenza impone leggi spietate, il film segue Orin mentre si prepara al proprio destino con una dignità che scuote: non vittima passiva, ma custode di un ordine che lei stessa accetta e perpetua.
La regia di Imamura rifiuta ogni forma di sentimentalismo: la macchina da presa indugia sui corpi, sul lavoro nei campi, sulla violenza delle stagioni e dei rapporti umani con un naturalismo crudo che ricorda il documentario. Ken Ogata e Sumiko Sakamoto costruiscono personaggi di una materialità fisica quasi insopportabile, restituendo la fatica, la fame, il desiderio e la vergogna senza filtri.
Palma d'oro a Cannes nel 1983, "La ballata di Narayama" divide ancora: c'è chi lo trova intollerabile, chi necessario. Ciò che resta indiscutibile è la capacità di Imamura di costringere lo spettatore a confrontarsi con domande antiche – dovere familiare, dignità, il confine tra umanità e barbarie – senza offrire risposte comode. Un'opera che non si dimentica, anche quando si vorrebbe.