Six Feet Under ha ridefinito il dramma televisivo americano degli anni Duemila partendo da un'intuizione audace: ambientare una serie familiare in un'impresa di pompe funebri. Ogni episodio si apre con una morte, mai identica, che diventa pretesto per esplorare il senso della perdita, dell'identità e del tempo che passa. La famiglia Fisher — madre vedova, tre figli adulti in cerca di sé, un padre defunto sempre presente — vive letteralmente immersa nella morte altrui, eppure la serie è straordinariamente viva.
Alan Ball, già premio Oscar per la sceneggiatura di American Beauty, orchestra cinque stagioni in cui commedia nera e dramma psicologico si intrecciano senza artificio. La scrittura è acuta, mai sentimentale, capace di passare dal grottesco al commovente nell'arco di una scena. Michael C. Hall e Frances Conroy guidano un cast all'altezza di personaggi complessi, mai macchiette: persone che sbagliano, si contraddicono, crescono lentamente.
Premiate con un Golden Globe e osannate dalla critica, queste cinque stagioni costruiscono un affresco corale raro per profondità emotiva e coraggio narrativo. Il finale, in particolare, è considerato tra i più riusciti della storia della serialità televisiva. Se cerchi una serie che guardi la vita negli occhi attraverso la morte, senza retorica ma con umanità feroce, Six Feet Under è un'esperienza da non lasciare incompiuta.