Daredevil reinventa il supereroe televisivo togliendogli ogni patina fumettistica e lasciandolo solo, ferito, dubbioso in un Hell's Kitchen resa con la granulosità del noir urbano. Charlie Cox costruisce un Matt Murdock lacerato tra dovere legale e sete di giustizia personale, un uomo che combatte tanto contro criminali quanto contro la propria coscienza cattolica. La cecità non è mai espediente scenografico: ogni scena d'azione è coreografata per mostrare percezione sonar, disorientamento, vulnerabilità fisica.
La serie trova il suo asso in Vincent D'Onofrio, che trasforma Wilson Fisk in un villain tragico: un gigante emotivamente instabile, capace di tenerezza devastante e violenza improvvisa. Il rapporto tra eroe e antagonista si sviluppa per specchi: entrambi vogliono salvare la città, entrambi sono disposti a sporcarsi le mani, nessuno dei due ha davvero ragione.
La fotografia lavora su contrasti netti, ombre profonde, violenza coreografica ma mai indolore: le ferite restano, i corpi si spezzano, ogni scontro costa fatica. La celebre sequenza del corridoio al termine del secondo episodio — un piano sequenza di combattimento estenuante — fissa un nuovo standard per l'action televisivo.
Tre stagioni che evolvono senza tradire: dalla nascita dell'eroe alla discesa negli abissi morali, passando per l'introduzione del Punitore e l'esplorazione della fede come arma e condanna. Chi cerca supereroi spettacolari resterà deluso; chi vuole crime drama con maschere troverà una delle migliori serie Marvel mai realizzate.