Nato come spin-off di Breaking Bad, Better Call Saul si è conquistato con pazienza metodica una statura autonoma, diventando uno dei vertici della serialità contemporanea. La storia di Jimmy McGill — avvocato di provincia che lotta tra ambizione e morale prima di trasformarsi in Saul Goodman — è costruita con una precisione chirurgica: ogni episodio aggiunge un tassello a un ritratto umano complesso, fatto di piccole scelte e grandi conseguenze.
La regia di Vince Gilligan e Peter Gould porta sullo schermo una fotografia che fa del tempo dilatato e dei silenzi eloquenti la propria firma: inquadrature composte come quadri, una palette cromatica che vira dal deserto abbagliante agli interni claustrofobici. Bob Odenkirk offre una prova magistrale, sostenuto da un cast eccezionale — su tutti Rhea Seehorn, la cui Kim Wexler è diventata uno dei personagenti più sfaccettati della televisione recente. Jonathan Banks riprende il ruolo di Mike Ehrmantraut e ne approfondisce ogni sfumatura con un'intensità silenziosa.
Con 8.9 su IMDb e sei stagioni che non cedono mai al riempitivo, Better Call Saul è un racconto sulla corruzione morale che procede per accumulo, senza fretta, fino a un finale devastante. È serialità adulta che si concede il lusso della lentezza per raccontare la caduta — o l'ascesa, dipende dai punti di vista — di un uomo qualunque.