Trasportare Sherlock Holmes nella Londra contemporanea poteva essere un azzardo, ma la serie di Moffat e Gatiss ne fa uno dei più brillanti esperimenti televisivi del decennio. Benedict Cumberbatch costruisce un Holmes glaciale e nevrotico, capace di essere repellente e magnetico insieme, mentre Martin Freeman bilancia la coppia con un Watson che non è più la spalla, ma il cuore umano della storia.
La struttura narrativa gioca con i codici del giallo classico trasformandoli in puzzle visivi: messaggi di testo sovrapposti alle immagini, deduzioni scritte sullo schermo, montaggi serrati che traducono l'inferenza logica in puro cinema. Ogni episodio dura novanta minuti e ha il ritmo di un film, senza tempi morti.
Il risultato è una reinvenzione che onora Conan Doyle senza scimmiottarlo: mantiene l'intelligenza dei casi, la chimica tra i protagonisti e l'ossessione per il dettaglio, ma li cala in un mondo fatto di smartphone, blog e sorveglianza digitale. Nove Emmy vinti testimoniano che l'operazione ha funzionato ben oltre le aspettative.