Contrattempo è una macchina narrativa costruita con precisione chirurgica: ogni scena, ogni battuta, ogni inquadratura è un ingranaggio che serve a ribaltare le certezze dello spettatore. Oriol Paulo dirige con la sapienza di chi conosce i meccanismi del thriller classico ma li piega a una struttura originale, dove il dialogo tra un accusato e la sua avvocata diventa il campo di battaglia su cui si combatte una partita a scacchi fatta di verità parziali e bugie strategiche.
La recitazione è calibrata sul filo del rasoio: Mario Casas compone un imprenditore dalla facciata impeccabile che si sgretola davanti ai nostri occhi, mentre Ana Wagener interpreta Virginia Goodman con un'autorevolezza glaciale che nasconde qualcosa di più profondo. La fotografia di Xavi Giménez lavora su contrasti netti — interni claustrofobici contro paesaggi montani aperti — a sottolineare visivamente le trappole della narrazione.
Ciò che rende il film memorabile è la capacità di mantenere la tensione per quasi due ore senza cedere mai al ritmo facile: ogni rivelazione costringe a rileggere quanto visto, ogni flashback aggiunge un tassello che sembra chiarire e invece complica. È un cinema che esige attenzione totale e la ripaga con un finale che tiene fede alla promessa iniziale.