Bergman costruisce questo film come una liturgia della sofferenza, ambientandolo in una villa svedese dove il rosso degli interni diventa metafora visiva del dolore fisico e del tormento emotivo. La fotografia di Sven Nykvist, premiata con l'Oscar, trasforma ogni inquadratura in una composizione pittorica dove i volti delle attrici emergono da ombre e luci caravaggiesche.
Il trio Ullmann-Thulin-Andersson offre interpretazioni di rara intensità: Harriet Andersson nel ruolo di Agnes morente attraversa stadi di agonia che Bergman filma senza pietismi né censure, mentre Liv Ullmann e Ingrid Thulin incarnano due sorelle incapaci di autentica compassione, intrappolate nei propri egoismi. È Kari Sylwan, nei panni della domestica Anna, a rappresentare l'unica forma possibile di grazia umana.
Bergman esplora il silenzio tra le persone, l'impossibilità di comunicare anche di fronte alla morte, la solitudine radicale dell'esistenza. Il film alterna momenti di cruda fisicità ad altri di intimità quasi sussurrata, creando un'opera che non consola ma costringe a guardare ciò che preferiremmo ignorare: la fragilità del corpo, l'aridità dei legami familiari, il vuoto dove dovrebbe esserci l'amore.