Secondo capitolo del dittico diretto da Jan Troell, La nuova terra prosegue il racconto degli immigrati svedesi in Minnesota senza cedere alla tentazione della celebrazione acritica del sogno americano. Troell filma la fatica del lavoro, il peso delle stagioni ostili e le crepe che il tempo apre anche nei legami più solidi, affidandosi alla fotografia naturale e ai ritmi lenti che hanno reso la saga un punto di riferimento del cinema d'emigrazione. Liv Ullmann e Max von Sydow tornano a incarnare Kristina e Karl-Oskar con una presenza fisica che sa tradurre dolore e speranza senza bisogno di enfasi.
Candidato all'Oscar come miglior film straniero, il film si distingue per la capacità di Troell di restituire la dimensione epica della colonizzazione attraverso i dettagli minimi: la costruzione di una casa, la semina su una terra mai vista, il contrasto tra chi cerca radici e chi insegue promesse d'oro. Il tono è meditativo, mai didascalico, e il montaggio alterna tempi morti e momenti di crisi senza manipolare l'emozione dello spettatore.
È un film che chiede pazienza e la ripaga con una narrazione onesta sulla forza e sulla fragilità di chi ha scelto di lasciare tutto. Un affresco umano che completa con dignità il racconto iniziato in Gli emigranti, offrendo uno dei ritratti più sobri e potenti dell'immigrazione europea in America.