Costa-Gavras porta il suo cinema politico militante in un Uruguay dilaniato dalla violenza, con un thriller che è anche un atto d'accusa contro l'imperialismo americano e la repressione di stato. Il film ricostruisce con rigore quasi documentaristico il sequestro di un funzionario statunitense da parte dei Tupamaros, trasformando l'interrogatorio in un processo alla complicità degli Stati Uniti nelle dittature sudamericane.
Yves Montand offre una delle sue interpretazioni più sfumate e ambigue, incarnando un uomo che scopre gradualmente l'oscurità del sistema che serve. La regia di Costa-Gavras alterna tensione da thriller a momenti di lucida analisi politica, evitando sia la propaganda che il melodramma. La fotografia restituisce l'atmosfera claustrofobica della prigionia e l'urgenza di un paese sull'orlo del collasso.
Il film vinse il BAFTA e accese dibattiti feroci sulla legittimità della lotta armata e sul ruolo americano in America Latina. Oggi resta un documento essenziale per capire gli anni Settanta e la radicalizzazione politica, capace di interrogare lo spettatore senza offrire risposte facili.