Shyamalan torna ai fasti del suo primo periodo con un thriller psicologico che fa della performance di James McAvoy il proprio motore narrativo. L'attore scozzese attraversa una gamma di personalità — dall'infante al sadico, dalla donna matura al ragazzino ossessivo — con una precisione fisica e vocale che tiene incollati allo schermo senza mai scadere nella caricatura.
La regia costruisce una tensione claustrofobica negli scantinati dove si consuma il rapimento, sfruttando la fotografia di Mike Gioulakis (già con Shyamalan in The Visit) per creare un'atmosfera da incubo domestico. Anya Taylor-Joy conferma il talento già mostrato in The Witch, portando sullo schermo una protagonista complessa e sfaccettata che regge il confronto con l'istrionismo di McAvoy.
Il film innesta sul thriller da rapimento una riflessione sulle cicatrici dell'abuso e sulla frammentazione dell'identità, costruendo un ponte con Unbreakable che riporta Shyamalan al centro della conversazione sul cinema di genere autoriale. Una prova di come il thriller psicologico possa ancora sorprendere quando sostenuto da una visione registica precisa e da interpreti all'altezza.