Daniel Day-Lewis costruisce una delle sue interpretazioni più devastanti nei panni di Gerry Conlon, un piccolo ladro di Belfast che si ritrova incastrato in uno dei più gravi errori giudiziari della storia britannica. Il film funziona su due livelli: è un thriller processuale che scava nelle menzogne e nelle torture psicologiche di un sistema che sacrifica la verità alla realpolitik, e insieme è il ritratto di un legame padre-figlio che si ricompone nella cella di una prigione. Pete Postlethwaite affianca Day-Lewis con una presenza dolente e dignitosa che dà peso emotivo a ogni scena.
Jim Sheridan orchestra il racconto con ritmo serrato ma senza mai cedere al sensazionalismo: gli interrogatori, la manipolazione delle prove, la solitudine dei condannati sono filmati con la precisione di chi sa che la realtà è già abbastanza potente. Emma Thompson, nel ruolo dell'avvocatessa Gareth Peirce, porta in scena l'ostinazione necessaria a smontare anni di menzogne istituzionali.
Nominato a sette Oscar, il film resta una delle denunce più feroci contro l'abuso di potere mascherato da sicurezza nazionale. La rabbia che attraversa ogni fotogramma non è gridata, è documentata: e questo la rende impossibile da ignorare.