È il primo film di Pier Paolo Pasolini, che arriva al cinema dopo aver già lasciato un segno indelebile nella poesia e nella narrativa. Qui porta sullo schermo le borgate romane con uno sguardo che non ha precedenti nel cinema italiano: nessun neorealismo compassionevole, nessuna retorica sui poveri. Solo facce vere, corpi veri, una Roma che il cinema patinato non aveva mai osato guardare.
Franco Citti, pescato dal nulla, incarna Accattone con una presenza fisica che buca lo schermo. Non recita: esiste davanti alla macchina da presa. Pasolini lo riprende con una fotografia in bianco e nero aspra, a volte quasi sacrale — non a caso la colonna sonora è Bach, un cortocircuito straniante tra la miseria del sottoproletariato e la grandezza della musica barocca.
Il film fece scandalo, venne fischiato e contestato. Oggi resta un oggetto unico: l'esordio di un poeta che ha reinventato il linguaggio cinematografico italiano, un ritratto senza filtri di un mondo e di un uomo che non possono salvarsi. Vederlo significa capire da dove è partito tutto il resto.