Opera prima di Marco Bellocchio girata a soli ventisei anni, questo esordio folgorante mise in crisi il cinema italiano del suo tempo con una violenza formale e tematica che ancora oggi conserva intatta la sua carica eversiva. La storia di Alessandro, epilettico e ossessionato dall'idea di liberare il fratello dal peso di una famiglia disgregata, diventa un atto d'accusa feroce contro l'istituzione familiare borghese, demolita dall'interno con lucidità implacabile.
Lou Castel compone un ritratto inquietante e magnetico del protagonista, oscillando tra autodistruzione e delirio di onnipotenza, mentre la macchina da presa di Bellocchio scava nei volti e negli spazi claustrofobici con un bianco e nero crudo, lontano da ogni compiacimento estetico. La fotografia di Alberto Marrama e il montaggio nervoso costruiscono un linguaggio modernista che dialoga con la Nouvelle Vague ma trova una rabbia tutta italiana.
Presentato alla Mostra di Venezia nel 1965, il film scosse critica e pubblico dividendo gli animi: scandaloso per alcuni, rivoluzionario per altri. Oggi resta una pietra miliare del cinema d'autore italiano, testimonianza di come il cinema possa farsi atto politico attraverso la dissezione spietata delle convenzioni sociali. Un esordio che non chiede permesso.