Il cavallo di Torino è l'ultimo film di Béla Tarr, maestro ungherese del cinema contemplativo, e rappresenta un testamento artistico radicale. Girato in un bianco e nero ipnotico da Gergely Poharnok e Fred Kelemen, il film osserva con implacabile rigore sei giorni nella vita di un contadino, sua figlia e il loro cavallo. La struttura è di una semplicità assoluta: piani sequenza lunghissimi, gesti quotidiani ripetuti fino a diventare rituali, il vento che ulula incessante.
La fotografia è stupefacente: ogni inquadratura sembra un quadro fiammingo perduto, dove la luce scava i volti e trasforma una patata bollita in simbolo di sopravvivenza. János Derzsi e Erika Bók recitano con una fisicità quasi muta, dove ogni movimento costa fatica e ogni silenzio pesa come pietra. Non c'è dramma nel senso tradizionale: c'è invece l'osservazione paziente del declino, della fine che avanza senza spiegazioni né redenzioni.
Partendo dall'episodio realmente accaduto del crollo di Nietzsche davanti a un cavallo frustato, Tarr costruisce una parabola sulla resistenza e l'estinzione. Il film chiede allo spettatore una disposizione particolare: accettare il suo tempo dilatato, la sua austerità formale, il suo rifiuto di consolare. Chi si concede a questa visione ne esce trasformato, come dopo aver attraversato un paesaggio estremo che non si dimentica.