Nel 1948 John Huston realizza un film spietato sull'avidità che diventa studio psicologico prima ancora che racconto d'avventura. Humphrey Bogart abbandona il fascino cinico dei suoi ruoli più celebri per interpretare Fred Dobbs, un disperato che la febbre dell'oro trasforma in paranoico: una performance contro il proprio personaggio pubblico, inquietante e coraggiosa.
La fotografia in bianco e nero di Ted McCord cattura il Messico come territorio ostile dove la ricchezza promessa corrompe più della povertà. Walter Huston, padre del regista, costruisce nel vecchio cercatore Howard una saggezza disincantata che fa da contrappunto perfetto alla discesa di Dobbs: una prova premiata con l'Oscar come miglior attore non protagonista, in una serata in cui padre e figlio salirono sul palco insieme.
Tre statuette in totale, tra cui miglior sceneggiatura non originale per l'adattamento del romanzo di B. Traven, confermano un'opera che non concede illusioni: il western qui non celebra conquiste ma svela quanto poco basti perché l'uomo si distrugga da solo. Resta un film che non invecchia, perché la materia di cui parla non passa mai di moda.