Shelley Winters vince l'Oscar come miglior attrice non protagonista per un ruolo duro e memorabile, incarnando una madre possessiva e danneggiata che tiene prigioniera la figlia. Elizabeth Hartman, alla sua opera prima, conquista una nomination all'Oscar e un Golden Globe interpretando Selina con una fragilità che non è mai debolezza: il suo personaggio scopre il mondo attraverso il tatto e la voce, e l'attrice restituisce quella scoperta senza una sola affettazione.
Guy Green, già direttore della fotografia premio Oscar, dirige con un rigore visivo che fa della cecità di Selina una condizione che la macchina da presa rispetta: niente sentimentalismi, solo gesti concreti e spazi domestici claustrofobici che si aprono lentamente verso l'esterno. Il film affronta il razzismo non come dichiarazione ma come ostacolo incarnato, rendendo il pregiudizio un muro reale quanto la cecità.
Un dramma che tiene insieme disabilità, razza e violenza familiare senza mai cedere al melodramma gratuito, costruito su dialoghi essenziali e interpretazioni di rara intensità. Il cinema americano degli anni Sessanta qui guarda in faccia l'esclusione con uno sguardo che resta attuale.