Sacha Baron Cohen trasforma il mockumentary in un'arma di critica sociale senza rete: il kazako Borat attraversa gli Stati Uniti reali, non un set, portando alla luce pregiudizi, razzismo e ipocrisia degli americani che incontra. Larry Charles orchestra il caos con precisione, lasciando che le situazioni implodano da sole: il risultato è un esperimento di cinema-verità demenziale che fa ridere e imbarazza in egual misura.
La candidatura all'Oscar per la sceneggiatura adattata testimonia come dietro l'apparente spontaneità ci sia un disegno preciso: Cohen improvvisa su binari rigidi, sfidando i limiti del consentito e costringendo lo spettatore a confrontarsi con le proprie reazioni. La fotografia sporca e il montaggio serrato amplificano il senso di autenticità, trasformando ogni inquadratura in un piccolo incidente diplomatico.
Oltre la provocazione gratuita, c'è una riflessione feroce sull'identità americana e sulla facilità con cui l'odio si manifesta quando ci si sente al sicuro. Un film che ha ridefinito i confini della commedia, dimostrando che il riso può essere un'arma politica affilata quanto scomoda.