Ernest & Célestine conquista con una grazia narrativa rara: sotto la superficie di una favola animata si nasconde una riflessione sull'amicizia che supera pregiudizi radicati, raccontata senza mai alzare la voce. Il tratto ad acquerello, che richiama le illustrazioni di Gabrielle Vincent da cui il film è tratto, costruisce un mondo a due livelli — quello degli orsi in superficie e quello dei topi nel sottosuolo — con una delicatezza visiva che rifiuta la computer grafica in favore di un disegno caldo, quasi pittorico.
La regia di Aubier, Patar e Renner sa calibrare toni leggeri e momenti di autentica tensione emotiva: Ernest, musicista randagio, e Célestine, topolina che sogna di disegnare invece che strappare denti, diventano alleati contro sistemi che li vogliono nemici. Le voci originali francesi (o quelle anglosassoni con Whitaker e Bacall) portano umanità a personaggi che mai scadono nel patetico.
Candidato all'Oscar come miglior film d'animazione, il film dimostra che si può parlare di diversità e rifiuto sociale senza didascalismi: basta lasciare che due emarginati condividano una zuppa calda e un rifugio improvvisato. Una visione che convince per onestà e per uno stile visivo che resta impresso.