È il primo film dello Studio Ghibli distribuito con il nuovo marchio, e già qui Miyazaki dispiega tutto il suo universo: macchine volanti impossibili, città sospese tra le nuvole, un'avventura verticale che si arrampica fino a un regno perduto. La costruzione visiva del castello di Laputa — metà Eden metà rovina tecnologica — resta una delle immagini più potenti dell'animazione giapponese, capace di evocare insieme meraviglia e melanconia.
La storia di Sheeta e Pazu funziona perché non punta sull'effetto facile: è un'avventura classica, lineare, ma raccontata con uno sguardo ambientalista e un rispetto raro per l'intelligenza del pubblico giovane. I pirati di Dola sono complici improbabili, Muska è un villain credibile, e il ritmo non cede mai alla tentazione di fermarsi a spiegare troppo. Miyazaki lascia che siano le immagini a parlare: il volo notturno nella tempesta, la discesa nei tunnel di cristallo, l'ultima sequenza tra i giardini sospesi.
Non ha vinto Oscar perché nel 1986 l'animazione giapponese non esisteva ancora per l'Occidente, ma ha costruito le fondamenta di tutto ciò che è venuto dopo. È un film che insegna a guardare in alto, letteralmente e non, e che funziona a ogni età proprio perché non scende mai a compromessi.