Alfonso Cuarón trasforma un romanzo di P.D. James in una distopia che colpisce per realismo viscerale, non per effetti speciali. Il mondo in cui nessun bambino nasce da diciotto anni è sporco, degradato, abitato da uomini che hanno smesso di credere nel futuro. La fotografia di Emmanuel Lubezki costruisce un'esperienza immersiva attraverso piani sequenza che durano interi assalti, inseguimenti, battaglie urbane: la macchina da presa segue i personaggi senza stacchi, costringendo lo spettatore a restare nel caos insieme a loro.
Clive Owen porta in scena un cinismo rassegnato che si sgretola di fronte a una possibilità concreta di speranza. Michael Caine, Julianne Moore e Chiwetel Ejiofor completano un cast che non recita il dramma ma lo abita. Cuarón non spiega tutto: la sterilità globale resta un mistero, il contesto politico emerge per frammenti. Conta solo il viaggio, la scelta di proteggere qualcosa che non si pensava più possibile.
Nominato a tre premi Oscar tra cui miglior fotografia e migliore sceneggiatura non originale, il film è invecchiato bene proprio perché non ha puntato sul futuro fantascientifico ma su un presente possibile. La sequenza della battaglia finale resta uno dei vertici tecnici del cinema d'azione contemporaneo. Vale la pena vederlo per capire come si possa raccontare la fine del mondo guardando negli occhi chi prova ancora a salvarlo.