Prima di Parasite e del suo Oscar, Bong Joon Ho aveva già portato al cinema la lotta di classe più letterale mai vista: un treno che attraversa un mondo ghiacciato, dove ogni vagone è un gradino sociale e l'unica direzione possibile è avanti. Snowpiercer prende la premessa fantascientifica e la trasforma in un'allegoria feroce, senza mai perdere la presa come thriller d'azione.
La forza del film sta nel design di produzione claustrofobico e nella progressione inesorabile: ogni vagone conquistato rivela un nuovo strato di quella società compressa, dal fango e la disperazione della coda al lusso grottesco della testa. Bong orchestra la violenza con precisione chirurgica — la scena della battaglia nell'oscurità del tunnel resta una delle sequenze d'azione più angoscianti degli ultimi anni — mentre Tilda Swinton offre una performance memorabile come ministro dall'accento improbabile e dalla logica implacabile.
È un film che non concede vie di fuga facili, né allo spettatore né ai personaggi. Dietro l'adrenalina c'è un meccanismo narrativo spietato che costringe a interrogarsi su cosa significhi davvero rovesciare un sistema quando l'alternativa è il gelo assoluto. Un'opera che ha anticipato i temi che avrebbero reso Bong uno dei cineasti più necessari del nostro tempo.