Fringe parte come un procedurale sci-fi per poi evolversi in una delle narrazioni seriali più ambiziose della televisione moderna. Quello che inizia come indagine su fenomeni inspiegabili – epidemie improvvise, mutazioni genetiche, violazioni delle leggi fisiche – diventa progressivamente un'esplorazione di universi paralleli, identità alternative e paradossi temporali. La serie trova il suo centro nella relazione tra i tre protagonisti: l'agente FBI Olivia Dunham, lo scienziato visionario Walter Bishop e suo figlio Peter, un trio che funziona per chimica e contrasti.
Anna Torv costruisce una protagonista capace di reggere il peso emotivo di una storia che si complica stagione dopo stagione, mentre John Noble offre una delle migliori performance televisive del decennio: il suo Walter oscilla tra genio tormentato, figura paterna imperfetta e responsabile di scelte scientifiche dalle conseguenze devastanti. La fotografia fredda e le iconiche scritte tridimensionali che introducono ogni location contribuiscono a creare un'estetica riconoscibile, mentre la regia varia mantiene alto il ritmo anche quando la mitologia si infittisce.
Con un finale pianificato e coerente, Fringe è una delle poche serie che riesce a chiudere tutte le sue linee narrative senza tradire la visione iniziale. Per chi cerca fantascienza che usi la speculazione scientifica come strumento per raccontare il dolore, la colpa e le conseguenze delle scelte impossibili, questa è una visione che ripaga ogni investimento.