Banditi a Orgosolo è un documento antropologico travestito da cinema, girato nelle montagne del Supramonte con pastori veri che recitano la propria vita. Vittorio De Seta rifiuta attori professionisti e dialoghi scritti: usa volti segnati dal sole, gesti quotidiani, il sardo orgolese autentico. Il risultato è un film che respira come un organismo vivente, dove la macchina da presa segue greggi e uomini con la stessa pazienza.
La fotografia in bianco e nero di De Seta stesso cattura la Sardegna arcaica senza folclorismi: rocce granitiche, fango, fatica. La storia del pastore Michele che scivola verso il banditismo non è melodramma ma meccanismo sociale inevitabile, raccontato con la precisione di un entomologo. Ogni inquadratura ha il peso di una testimonianza.
Presentato a Venezia nel 1961, il film scandalizzò per il ritratto crudo di un'Italia marginale che il boom economico fingeva di non vedere. Oggi resta uno dei vertici del cinema neorealista tardivo: un'opera che non chiede empatia ma attenzione, e restituisce un mondo scomparso con una forza che nessuna ricostruzione avrebbe potuto eguagliare.