Kusturica orchestra un affresco epico e grottesco sulla Jugoslavia: dalla Seconda guerra mondiale alla disgregazione degli anni Novanta, tutto filtrato attraverso una fantasia anarchica che mescola Marx Brothers e tragedia balcanica. La premessa — operai tenuti all'oscuro della fine della guerra, prigionieri di un bunker per decenni — diventa metafora feroce sulla manipolazione della Storia e sulle menzogne collettive che tengono in piedi le nazioni.
La macchina da presa non sta mai ferma: bande di ottoni, matrimoni sfrenati, scimmie ubriache, carri armati che emergono da fiumi in piena. Kusturica costruisce un carnevale barocco dove ogni scena trabocca di dettagli, musica e movimento perpetuo. La fotografia di Vilko Filač trasforma Belgrado in un teatro espressionista, sempre sospeso tra sogno febbrile e incubo storico.
Palma d'oro a Cannes nel 1995, il film ha diviso la critica proprio per la sua dismisura: troppo lungo, troppo rumoroso, troppo ambizioso. Ma è proprio quell'eccesso a renderlo irriducibile, un'opera che non cerca equilibrio ma vortica tra farsa e dolore, tradimento e amicizia, fino a un finale che rilegge l'intera vicenda come leggenda impossibile. Chi cerca cinema che trabocchi dai bordi dello schermo qui trova tre ore di delirio visionario che nessuno ha più osato replicare.