Robert Eggers costruisce un folk horror che rinuncia agli effetti facili per scavare nell'ossessione religiosa e nella paranoia. Ambientato in una Nuova Inghilterra del Seicento ricostruita con rigore maniacale – dai dialoghi tratti da fonti d'epoca alla fotografia plumbea di Jarin Blaschke – il film respira l'angoscia di una famiglia puritana che si sgretola sotto il peso della propria fede e dei sospetti reciproci.
Anya Taylor-Joy, al suo esordio da protagonista, regge il film con una presenza inquieta e magnetica: Thomasin è una ragazza sul crinale tra innocenza e consapevolezza, capro espiatorio perfetto in una casa dove ogni disgrazia viene letta come punizione divina. Ralph Ineson e Kate Dickie compongono genitori logorati dal dubbio, incapaci di proteggere i figli da minacce che potrebbero essere tanto soprannaturali quanto terribilmente umane.
Eggers non vuole spaventare con jump scare: preferisce accumulare disagio, lasciando che sia l'isolamento – geografico, spirituale – a soffocare lo spettatore. Il finale, divisivo ma coerente, porta alle estreme conseguenze un percorso di liberazione o dannazione a seconda di come si sceglie di leggerlo. Un esordio che ha ridefinito i confini del genere e imposto un autore.