Dies irae è uno dei vertici del cinema di Dreyer, maestro danese della regia essenziale e dello sguardo che penetra l'anima. Ambientato nella Danimarca del Seicento, il film intreccia caccia alle streghe e adulterio in un racconto di colpa, desiderio e oppressione che diventa riflessione universale sul fanatismo e la paura.
La fotografia in bianco e nero di Karl Andersson costruisce tableaux vivants di una bellezza austera e inquietante: volti illuminati come da candele, ombre che evocano i dipinti di Rembrandt, primi piani che durano abbastanza da far tremare lo spettatore. Dreyer usa tempi dilatati e inquadrature fisse per trasformare ogni scena in un atto di contemplazione morale.
Lisbeth Movin offre una prova intensa nel ruolo della giovane moglie intrappolata tra desiderio e condanna, mentre la sceneggiatura (tratta da un'opera teatrale norvegese) esplora con lucidità crudele come l'amore possa trasformarsi in strumento di controllo. Il film fu letto anche come allegoria della persecuzione nazista, uscito com'era durante l'occupazione tedesca della Danimarca.
Chi cerca cinema che osi guardare nell'abisso della natura umana senza voltarsi troverà in Dies irae un'opera che brucia lenta ma indelebile.