A ottantatré anni, Kurosawa si concede il lusso di sognare a occhi aperti e lo fa con otto visioni che attraversano la sua vita e la sua ossessione per il rapporto tra uomo e natura. Ogni episodio è un quadro autonomo — volpi che sfilano sotto la pioggia, fantasmi di soldati in un tunnel, il mondo dipinto di Van Gogh che prende vita — ma insieme compongono un testamento spirituale di rara potenza. La fotografia è sontuosa, ogni inquadratura curata come un dipinto, e il ritmo contemplativo permette alle immagini di depositarsi.
Gli effetti speciali, realizzati da George Lucas alla Industrial Light & Magic, restituiscono l'apocalisse nucleare e i paesaggi deformati con una materialità che ancora oggi colpisce. Martin Scorsese compare nei panni di Van Gogh in un episodio che è dichiarazione d'amore al potere dell'arte. Non è cinema di trama ma di visioni, dove il fantastico si intreccia al monito ambientale senza mai diventare sermone.
È Kurosawa che si concede di essere visionario e intimo allo stesso tempo, senza la pressione del kolossal né quella del messaggio didascalico. Un film che chiede tempo e disponibilità, ma ripaga con immagini che restano impresse come sogni veri.