Quando DreamWorks decise di sfidare il monopolio Disney, non puntò su principesse eteree ma su un orco burbero che vive in una palude. Il risultato fu una rivoluzione: Shrek vinse il primo Oscar per il miglior film d'animazione della storia, inaugurando una categoria e ridefinendo cosa potesse essere una fiaba al cinema. Andrew Adamson e Vicky Jenson ribaltano ogni convenzione: l'eroe è verde e sgarbato, la principessa nasconde un segreto che mette in crisi l'ideale di bellezza, il drago si innamora dell'aiutante comico.
La sceneggiatura gioca su più livelli: i bambini ridono per l'asino logorroico di Eddie Murphy e le gag fisiche, gli adulti colgono la satira feroce contro le corporation dell'intrattenimento e le parodie di ogni classico fiabesco, da Biancaneve a Matrix. Mike Myers costruisce un personaggio che è insieme arcigno e vulnerabile, Cameron Diaz regala a Fiona una modernità che non scade mai nel banale.
Tecnicamente il film segna una svolta: l'animazione computerizzata qui trova un equilibrio tra realismo e stilizzazione che invecchia meglio di molti tentativi precedenti. La colonna sonora pop-rock — da Smash Mouth agli Hallelujah di Leonard Cohen — diventa parte dell'ironia complessiva, non semplice riempitivo.
È cinema che ha il coraggio di sporcarsi le mani, di deridere il conformismo e di dire che il vero amore non somiglia mai alle cartoline. E lo fa divertendo, senza mai predicare.