Shrek 2 è quel raro sequel d'animazione che non solo tiene il passo del primo capitolo, ma lo supera in ambizione e intelligenza: qui la parodia della fiaba classica si fa satira del conformismo sociale, con Shrek e Fiona costretti a fronteggiare le aspettative di una corte aristocratica che non li accetta per quello che sono. Il film traduce il classico incontro con i suoceri in commedia sociale, con un re ostile e una Fata Madrina che non è guida magica ma imprenditrice spietata.
La DreamWorks affila la tecnica e il ritmo: le sequenze si moltiplicano (l'irruzione nel castello, l'inseguimento con il Gatto con gli Stivali), l'animazione si fa più fluida e la direzione orchestrale di registi diversi riesce a non perdere coerenza. Il personaggio di Antonio Banderas — il Gatto dalle movenze da spadaccino e dagli occhi languidi — diventa icona istantanea, portando nel cast un'ironia fisica che bilancia perfettamente l'esuberanza verbale di Eddie Murphy.
Candidato a due Oscar e vincitore di premi BAFTA, Shrek 2 funziona perché non si accontenta di replicare la formula: allarga il mondo, moltiplica i riferimenti (da Flashdance a Mission: Impossible), ma soprattutto difende con coerenza l'idea che il valore non stia nell'apparenza. È animazione che non predica, ma ride delle regole che pretendono di definirci.