Questo secondo capitolo della saga segnò una svolta coraggiosa: Spielberg costruì un film più cupo e viscerale del predecessore, spostando il registro dall'avventura esotica pura verso territori più oscuri e inquietanti. Le sequenze nel tempio sotterraneo — con il rito sacrificale, il ponte sospeso, la miniera infernale — restano tra le più angosciose e spettacolari mai girate per un pubblico generalista negli anni Ottanta.
La fotografia di Douglas Slocombe scolpisce contrasti netti tra il lusso dorato del nightclub iniziale e le viscere della terra dove si consuma il culto Thuggee. Harrison Ford restituisce un Indiana Jones più cinico e disilluso, affiancato dal carisma naturale di Jonathan Ke Quan — il cui Short Round divenne subito iconico — e dalla scrittura sopra le righe di Willie Scott, pensata deliberatamente come anti-Marion.
L'Oscar per il montaggio sonoro riconobbe il lavoro pioneristico di Ben Burtt nel creare un paesaggio acustico tanto immersivo da spingere l'industria a introdurre la categoria PG-13. Un film che divide, ma che ha ridefinito i confini dell'avventura hollywoodiana senza rinunciare a una messa in scena tecnica straordinaria: guardarlo significa capire quanto Spielberg sapesse rischiare al culmine della propria potenza creativa.